Streaming Web Milan – Inter Diretta Live Tv Gratis No Rojadirecta (Serie A Ore 20:45)

Marco Giampaolo ci crede. Vincere il derby rossonerazzurro numero 171 non è una missione impossibile. «C’è un certo momento nel calcio in cui arriva la partita chiave, che ci fa svoltare. Prima o poi arriva ed ogni gara è buona per fare esprimere la squadra con consapevolezza e autostima – ha spiegato ieri il tecnico -. Non esistono favoriti o sfavoriti, c’è tanto da perdere e tanto da vincere. Ogni derby fa storia a sé, ne ho vissuti diversi a Genova e so cosa significa». Sei disputati, 4 vinti e 2 pareggiati. Imbattuto con l’Empoli anche in quello contro la Fiorentina (2-0, 2-2) nel campionato 2015- 2016 che aveva preceduto l’esperienza doriana. Giampaolo, però, ha voluto abbassarte la tensione: «No, questo derby non può essere il crocevia del campionato perché siamo solo alla quarta giornata. È una sfida importante, l’Inter è una squadra definita che fa le cose con ripetitività. Serve una partita di maturità e responsabilità tattica, serve una prestazione di grandissimo livello globale, non solo dei singoli».

PRIMA VOLTA. Giampaolo non ha mai affrontato da allenatore Antonio Conte in una partita ufficiale, anche se c’è già stato un duello dialettico in occasione delle presentazioni dei due nuovi allenatori. Conte aveva anticipato che la sua Inter avrebbe dovuto correre e pedalare. Giampaolo replicò che il suo Milan avrebbe garantito «testa alta giocando a calcio». Ma ha anche garantito che «io confido nella capacità di saper fare la partita in un certo modo. Non mi piace difendere nel ‘fortino’. Non voglio una squadra che giochi con la palla lunga e che poi non la riconquisti. Dobbiamo lavorare su tutto. Per vincere devi convincere. Conte ha avuto un percorso importante. L’ho seguito anche agli inizi, conosco la sua evoluzione. Oggi all’Inter ripropone il calcio del primo Conte. Il Milan farà come i cechi dello Slavia Praga? Non faremo come loro, vogliamo fare meglio di loro!» POLEMICA. Marco Giampaolo si sente sempre più padrone di un Milan dove, però, i nuovi acquisti fanno ancora molta fatica ad avere piena fiducia. A inizio settimana Zvone Boban aveva rimandato all’allenatore la domanda a proposito di possibili novità nel derby. Ieri Giampaolo ha ribadito che «per me esiste solo il Milan, alleno 23 giocatori dei quali sono contento. Non discuto dei singoli, la squadra è al di sopra degli interessi di ognuno di noi». Lo sfogo social di Paquetà sembra non aver lasciato tracce. «Preferisco avere giocatori concentrati, vogliosi e sereni – ha detto Giampaolo -.I nervosismi non mi interessano. In certe partite il livello si alza da solo

Un grande match ci aspetta domani sera, in cui il Milan di Marco Giampaolo sfiderà l’Inter di Antonio Conte nel Derby della Madonnina. Si tratta dell’anticipo serale del sabato della 4° giornata di Serie A. Le due squadre di Milano si affronteranno a San Siro in un match che si preannuncia piuttosto avvincente e che sembra essere fondamentale per entrambe le squadre. L’Inter è reduce dall’incontro in Champions League contro lo Slavia Praga, partita terminata in un pareggio, mentre in campionato comandando la classifica con il punteggio pieno, 9 punti conquistati in tre partite. I rossoneri, invece, sembra che stiano facendo fatica in questo avvio del campionato e si trovano al 7° posto della classifica con 6 punti, ottenuti con due vittorie di misura consecutive su Brescia e Verona, dopo il ko arrivato nella prima partita contro l‘Udinese.

Sulla base delle classifiche, nelle 85 partite tra Milan e Inter, con i rossoneri in casa e disputate da quando la Serie A è a girone unico, i nerazzurri sembra abbiano conseguito ben 32 vittorie, mentre 28 i successi rossoneri e 25 pareggi. Nella squadra di Conte il centravanti belga Romelu Lukaku ed il centrocampista Stefano Sensi risultato ad oggi i migliori marcatori con 2 reti ciascuno, mentre in quella di Giampaolo i 2 goal fino ad ora fatti sono stati realizzati da Calhanoglu e Piatek su rigore. L’ultima volta che il Milan ha vinto il derby giocato in casa, risale al 31 gennaio 2016 quando i rossoneri si imposero sui nerazzurri per 3-0 con goal di Alex, Bacca e Niang.

Milan- Inter, come e dove vedere la partita

Il derby tra Milan e Inter verrà trasmesso sabato 21 settembre dall’emittente streaming DAZN ed il fischio d’inizio sembra essere fissato per le ore 20.45. A partire da oggi proprio su DAZN debutterà DAZN1 ovvero il canale che porterà pate dell’offerta in streaming di DAZN al numero 209 della pay tv satellitare. Ad ogni modo, gli abbonati oltre che in streaming potranno seguire la partita sul proprio pc, tablet o smartphone e seguire il match in tv nel caso in ci possiedano un modello smart che è compatibile con la app, oppure collegando al proprio televisore una console PlayStation 4 o Xbox oppure utilizzando dispositivi Google Chromecast o Amazon Fire TV stick.

Probabili formazioni

MILAN (4-3-2-1): Donnarumma; Conti, Musacchio, Romagnoli, Rodriguez; Bennacer, Kessié, Paquetà; Suso, Rebic, Piatek. All. Giampaolo

INTER (3-5-2): Handanovic; Godin, De Vrij, Skriniar; D’Ambrosio, Barella, Sensi, Brozovic, Asamoah; Lautaro, Lukaku. All. Conte

Nelle scorse ore l’AIA ha reso noti i nominativi degli Arbitri, degli Assistenti, dei V.A.R., degli A.V.A.R. e dei IV Ufficiali che dirigeranno Milan-Inter, la gara valida per la 4° giornata di andata del Campionato di serie A 2019/2020. ARBITRO: Doveri, ASSISTENTI: Ranghetti – Lo Cicero, QUARTO UOMO: Maresca, AL VAR: Irrati, AVAR: Carbone.

In streaming la partite saranno visibili per gli abbonati Sky su Sky Go che consente di vedere Sky su pc e dispositivi mobili. Ci sono poi tanti altri siti che trasmetteranno la gara in streaming. Discorso analogo per le gare visibili su Dazn.

I migliori siti per vedere le partite di calcio a pagamento

Now Tv – Il miglior modo per guardare il calcio in streaming è Now TV. Si tratta del servizio offerto da Sky Italia ma che non presenta un vincolo contrattuale e si può disdire in qualsiasi momento in maniera gratuita.

Perché è rischioso guardare le partite con Rojadirecta

La normativa in merito è abbastanza confusa, ma per alcuni sì, guardare le partite in streaming con Rojadirecta è un reato e si rischiano sanzioni fino a 30mila euro. Sarà vero?

Cerchiamo di fare chiarezza sulla questione rispondendo alla domanda concernente all’illegalità di vedere le partite di Serie A e Champions League in streaming. Pochi anni fa una sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha dato ragione ad un gestore di un pub inglese. Utilizzava un decoder greco per far vedere le partite di Premier League ai propri clienti.

Partite in streaming utilizzando dei siti esteri

Stando a quanto dichiarato dai giudici dell’UE, è possibile vedere le partite in streaming utilizzando dei siti esteri. Tuttavia, la sentenza del Tribunale di Milano riguardante l’illegalità di Rojadirecta ha escluso totalmente questa ipotesi, ribadendo l’illegittimità dello streaming.

Quindi trasmetterescaricare e diffondere dei contenuti coperti dal copyright è un comportamento illecito e come tale è sanzionabile.

 

Milan-Inter non è un derby che arriva troppo presto (ma arriva). E’ un jackpot: chi vince svolta. Milan-Inter sembra una storia di fine febbraio, quando non puoi permetterti di sbagliare una virgola, invece siamo ancora dentro settembre. Conte deve dimenticare lo Slavia e quando ne pareggia una (giocando malissimo) si sente depresso come chi ha preso diciotto al primo esame all’Università e pretende tutti trenta con lode. Conoscendolo, li avrà strizzati ben bene. Giampaolo è l’eterno sognatore che vuole arrivarci soltanto con il gioco, che non ha un piano B (non è una critica, piuttosto una constatazione) e che ha memorizzato alcune parole di Boban («vanno bene i punti, ma pensavamo di essere più avanti a livello tattico») che sono quella classica punzecchiatura che, se non ci pensi, scivola via. Ma che, se ci pensi, ti sembra quasi un invito a fare in fretta prima che sia troppo tardi.

LO SBILANCIAMENTO. Siamo alla quarta pagina di un romanzo tutto da sfogliare, colpisce lo sbilanciamento tra le scelte di Conte e quelle di Giampaolo. Il riferimento è il mercato, l’obiezione sarebbe semplice: l’Inter ha speso di più e ha preso gente che “deve” giocare (Lukaku) anche se in ritardo di condizione. L’obiezione è smontabile perché fin qui Conte non ha visto Sensi più Barella, ricordando sempre che l’ex idolo di Cagliari è costato 45 milioni (bonus compresi), non certo saldi di fine stagione. Poi magari stasera Barella gioca e vince il ballottaggio con Vecino, le indicazioni sono queste, ma scelta era nata e si era consumata in nome di una maggiore fisicità a centrocampo. Anzi, se potesse e se il mercato fosse aperto, Conte andrebbe a pescare un altro bel marcantonio (alla Matic) in mezzo al traffico.

Godin non è al top, ma tra poche ore ci sarà. Lazaro ha saltato buona parte della preparazione. Sanchez è arrivato da poco. In sintesi, siamo vicini alla normalità. Lo sbilanciamento è dettato più dal Milan che ha messo sul tavolo 80 milioni, e da questo discorso escludiamo ovviamente Rebic (prestito biennale, diritto di riscatto da 25). Bene, anzi male, questi 80 milioni sono mediamente parcheggiati in panchina, soltanto Theo Hernandez avrebbe avuto visibilità dall’inizio, se non fosse stato bloccato da un infortunio. E’ qui che la proprietà si interroga: ma non sono all’altezza del Milan? No, nessuno discute le qualità di Leao (25 milioni), ma bisognerebbe conoscere Giampaolo: se l’allenatore è convinto di utilizzarlo al 70 per cento, stai sereno che resta in panchina e forse non basterebbe il 90 o il 95 per convincerlo. Giampaolo ritiene che l’inserimento o l’adattamento di un nuovo acquisto comprenda tempi più lunghi, come se lui fosse un allenatore in sella al Milan da tre anni e non da inizio estate. Ma bisogna conoscerlo bene per capirlo, anche con i suoi pregi non soltanto con le sue fissazioni. Esempio: se Rebic stasera restasse in panchina, ma il croato legittimamente spera, il nuovo Milan 2019-2020 sarebbe il vecchio Milan 2018-2019. Quello di Gattuso, considerato che Biglia ha fin qui respinto le irruzioni di Bennacer. E Conte partirebbe da un 3-0 (Godin, Sensi, Lukaku) che sarebbe 4-0 se Barella manduale tenesse il vantaggio su Vecino. Chiaramente l’esito del derby dipenderà da altri aspetti, ma questa resta pur sempre una chiara indicazione.

QUESTIONE DI NUMERI. L’ultima cazziata se l’è presa Paquetà, in realtà bisognerebbe uscire da un equivoco. Questo: Giampaolo ha tre carte in mano, 4-3-1-2, 4-3- 3, 4-3-2-1, e il diritto-dovere di sceglierne una. Se la posizione di Suso deve essere largo a destra, urge uscire dal quiz Calhanoglu- Paquetà individuando il ruolo definitivo (mezzali, trequartisti, esterni offensivi…) e forse sarà Bonaventura – quando sarà pronto – a risolvere il dilemma. Conte vive di 3-5-2 e non ci piove, su quest’aspetto è avanti. Ma se stasera vincesse Giampaolo, con tutte le obiezioni che gli hanno mormorato, sarebbe la più grande rivincita dell’eterno sognatore che non conosce un piano b e non vuole conoscerlo. E che se ne infischia di chi giudica il suo lavoro non avendo studiato il minimo dettaglio. Magari dovrà spiegarlo presto ai suoi capi che lo hanno preso “per dare al Milan un gioco diverso e definitivo”. Ma questo è un altro discorso, chiaro. E poi siamo a fi ne settembre, non a metà febbraio, con un derby in arrivo che indirizzerà gli umori. Jackpot.

l report del secondo trimestre 2019, aggiornato al luglio scorso, è l’ultimo documento sullo stato di Elliott, il fondo proprietario del Milan. Il patrimonio complessivo in gestione agli americani è di 38,2 miliardi di dollari, oltre 34 miliardi di euro.Un business di enorme successo. Ai tifosi rossoneri interessa quanto denaro è stato investito nelle casse del club e che tipo di investimento è messo in conto per avere nel calcio gli stessi risultati ottenuti negli affari: dall’aprile 2017 il totale investito è superiore ai 370 milioni di euro. La somma comprende il prestito iniziale in favore di Mr. Li e del Milan, altri 32 milioni (investiti al posto e per conto di Yonghong) e i soldi di gestione utilizzati finqui. L’ultimo esercizio si è chiuso a giugno 2019 con un rosso intorno ai 90 milioni di euro: un passivo pesante ma in miglioramento rispetto al -126 precedente. L’obiettivo finale è, al contrario, aumentare il fatturato e creare valore. Il club «brucia» cassa, nel senso che costa più di quanto oggi produce: non è dunque da escludere che Elliott,nel frattempo, sia intervenuto con un nuovo finanziamento. Sarebbe un altro passo nel percorso di rientro obbligato dal Fair Play Finanziario (motivo per il quale il Milan è stato escluso dall’ultima Europa League). L’impegno per rendere la squadra sempre più competitiva procede di conseguenza a piccoli passi. Ma la volontà di investire è testimoniata dall’impegno nel voler costruire un nuovo stadio e dal rifiuto delle offerte che sembrano arrivate per subentrare nella proprietà. La famiglia Non sono annunciati a San Siro né Paul Singerné suo figlio Gordon, ma il derby è sempre una notte di sorprese. Vorrebbe dire delegare, per una sera, il lavoro allo staff a cui si appoggiano: 470 persone, di cui 166 professionisti esperti in materia di investimenti. Uffici tra New York, Londra,HongKonge Tokyo.Del Milan si occupa Ivan Gazidis, dal 5 dicembre scorso nell’organigramma rossonero come amministratore delegato e direttore generale: lui ci sarà, come sempre. Oltre ai conti, si occupa con il club di trasmettere certi valori: oggi partirà la campagna rossonera contro il razzismo, con un programma di attività ispirate ai principi dell’inclusione. È Gordon Singer il rappresentante più presente della famiglia, anche come responsabile del distaccamento londinese del fondo e figura che in prima persona gestisce gli asset europei del gruppo. Gordon ha frequentato università prestigiose e insieme coltivato la passione per il calcio: tifava Arsenal, ora la fede è rossonera.

Papà Zhang Jindong è tornato a casa con un deludente punticino nel debutto in Champions, ma il risultato della partita a cui ha assistito era un dettaglio, nella sua missione italiana. Il patron di Suning in tribuna era seduto fra il figlio Steven e Xu Jiayin, fondatore di Evergrande, punta di diamante (è la più grande azienda al mondo nel campo del real-estate, costruzioni) di una delegazione cinese pronta a fare business in Europa. E Suning, attraverso l’Inter, in questo si sta trasformando nella porta europea per le grande aziende cinesi, sotto la regia del Governo di Pechino. L’ultima volta che era venuto in Italia, Zhangsenior lo aveva fattoal seguito del presidente Xi Jinping, per la firma del memorandum sulla«Via della seta». In questo contesto, il gol dello Slavia sparisce. L’azienda Le dimensioni dell’azienda Suning sono enormi e ormai note, ma vale la pena di ricordarle: 24,1 miliardi di euro di fatturato nei primi sei mesi del 2019, 21% di crescita annua, oltre 12 mila negozi, 442 milioni di iscritti al portale di vendita online, oltre 200 mila dipendenti. Suning è impresa totalmente privata, ma allineata agli indirizzi del Partito. I campi di azione ormai si moltiplicano e il core business si sta allargando dalla vendita di elettronica e elettrodomestici al retail a tutto tondo. Il prossimo passo sembra quello di ampliare il mercato del made in Italy in Cina e far sbarcare in Europa altri colossi cinesi, per prima quella Ever grande che in Asia è anche potenza calcistica (il Guangzhou due volte campione nella Champions asiatica) e oggi indiziata come prossimo main-sponsor nerazzurro. La gestione Rispetto ad altre proprietà straniere, quella degli Zhang è stata sempre molto presente. Il rampollo dei Suning ha vissuto la presidenza (prima in pectore, da ottobre 2018 effettiva) in modo multiforme: da una parte imprenditore concentrato sul business, dall’altra tifoso con passioni che paiono genuine (vedi lacrime per la Champions all’Olimpico), infine «influencer » sui social con esposizione mediatica efficace. Il tutto prendendo domicilio quasi costante in città e ora anche impegnandosi in prima persona per gestire «le regole del gioco». L’ingresso nel board Eca, le esternazioni sul Financial Fair Play e l’interesse verso la vendita del prodotto calcio italiano confermano che l’ambizione per il club è sorretta da una visione globale e da pazienti progetti a lunga scadenza, compreso lo stadio.

Vincere e convincere? Bella questa, già sentita. E’ un po’ vintage, è l’antico motto della casa che porta a tempi d’oro e avventure favolose. Sarà per questo che Marco Giampaolo lo ripropone prima del suo primo derby di Milano. «So quanto sia importante dare gioia ai tifosi, che sono il vero patrimonio del calcio. Poi. per me la gioia durerebbe un’ora, sono fatto così ». Nel caso, per gli altri durerebbe molto di più. Ma Giampaolo vuole allentare le tensioni. «Voglio gioia. Da bambini ci divertivamo passandoci la palla, rincorrere gli altri non è appagante. In estate, contro grandi squadre, il Milan ha fatto vedere trame di gioco. Fili. Qualcosa di quello che sto cercando di trasmettere, il risultato per il quale stiamo lavorando. A volte succede d’incanto che la squadra mostri di aver assorbito certe idee». Giampaolo attende fiducioso il momento. Magari già nel derby, contro una squadra che considera «chiara e definita. Una squadra che fa le cose con ripetitività. Non ho mai incontrato Conte sul campo ma lo seguo da tempo. All’Inter sta riproponendo il gioco del primo Conte. Conosco il suo ceppo». Non sarà una guerra, ripete, non sarà un crocevia. «Siamo alla quarta di campionato». Scherza quando gli chiedono che cosa ha provato («Conte che cosa ha provato?»), dice che Conti gioca («sta migliorando in fase difensiva, merita una chance») elogia Biglia («un giocatore esperto»). No elogia il Milan di Verona. «Lavorando tutti arriveremo alla sintesi fra gioco e risultato. Ma il mantra è gioia, divertimento, entusiasmo». Rebic ne ha molto, ma il ballottaggio con Paquetà rimane. La squadra a Milanello si è allenata in due gruppi. Divertimento, forse, stasera. Prima solo suspense.

Chissà, magari Antonio Conte apprezza il metodo Mourinho. E sotto sotto magari non sarà stato così dispiaciuto della polemica per il diverbio Lukaku-Brozovic, uscita dopo la prestazione negativa con lo Slavia e a poche ore dal derby. Il portoghese le polemiche le creava quasi ad arte per stimolare la reazione dei suoi giocatori. Conte, al diverbio di martedì scorso, ha dedicato buona parte della conferenza pre derby. Non certo minimizzando il fatto, ma chiedendo di trasformare Appiano in un fortino inespugnabile: «Ha ragione Trapattoni, allenare l’Inter non è semplice. Altri club sono più bravi a proteggersi, a gestire. Su questo dobbiamo migliorare tanto, abbiamo grandi margini di crescita, dentro e fuori dal campo. Inaccettabile che mi si dica “accadeva così anche gli anni passati”. Questo discorso crea solo alibi, dobbiamo estirpare le cattive abitudini». Italia peggiorata Un’abitudine sana è la vittoria, certo:«Non sono d’accordo con Giampaolo, non è vero che l’Inter è una squadra già definita – ha detto Conte –. Abbiamo un’idea in testa, lavoriamo su quella. Basta però fare paragoni con la Juve, in quella squadra al primo anno potevo lavorare 7 giorni su 7… Sì, questo derby è speciale, c’è tanta strada da fare ma la cosa non ci spaventa». Non spaventa neppure Steven Zhang: il presidente ieri ha cenato con la squadra nel ritiro di Appiano. Conte ha tre dubbi di formazione: D’Ambrosio favorito su Candreva non al top, Barellasu Vecino e Lautaro su Politano. Pillola sul razzismo, tema sul quale il tecnico ha detto: «Qualsiasi insulto è un problema, non solo il razzismo. Ho ritrovato un’Italia molto peggiorata, troppo odio, troppo rancore. Dobbiamo crescere tutti».

Il derby è un codice a barre passato sul cuore. Non tutti si accendono. Non è soltanto una questione di classe o di personalità, non conta essere più o meno bravi. La scossa è misteriosa, imprevedibile, come lo è spesso il risultato di una stracittadina. C’è qualcosa nel dna di un giocatore che lo porta a splendere nelle faide urbane. Li chiamano uomini-derby. Marco Giampaolo e Antonio Conte stanotte si affideranno a loro, perché il campionato è solo all’inizio, ma questo è un derby che vale già più di tre punti. Un derby per svoltare Il Milan ha iniziato la stagione tra le difficoltà di un mercato sofferto che ha complicato il lavoro del tecnico.

Tra club e panchina, anche di recente, si sono intraviste scintille di fuoco amico. A rischio di incendio. L’Inter è stata più empatica, il primoposto solitario in vetta ha elettrizzato l’ambiente, ma il brutto esordio in Champions è stato uno schiaffo all’ottimismo. Prenderne un altro farebbe molto male. Giampaolo e Conte hanno bisogno di una ripartenza feroce per lasciarsi alle spalle dubbi e perplessità. Per questo si affidano agli uomini-derby. Più o meno prevedibili. Da Marassi a San Siro Prendiamo Suso. Non è che ti suggerisca d’istinto l’immagine di un leone in una arena. Eppure: 6 maggio 2016. Lo spagnolo è in esilio al Genoa, dopo due stagioni da ignorato in rossonero. Derby torrido a Marassi. In tre minuti ne sbatte un paio nella rete della Samp. Quella doppietta gli serve per rientrare alla base e a novembre è di nuovo derby, a San Siro: altra doppietta per portare due volte in vantaggio il Milan, poi raggiunto da Perisic al 90’. Alla vigilia di Inter-Milan del 15-10-17, Suso promette: «Se segno nel derby, torno a casa a piedi». Abitava dalle parti di Milanello. Bella camminata. Il giorno dopo segna ancora nel derby consacrato dalla tripletta di Icardi. Non risulta che abbia rispettato il voto.

Di sicuro, questa notte, appena convergerà da destra per arcuare il sinistro sul secondo palo, ad Handanovic saliranno le pulsazioni. Pistole calde Il 25-11-2018 anche Cristoforo Piatek, da genoano, puntò la pistola contro la Samp. Dopo 9 gol nelle prime 7 partite, si era inceppato. Cinque partite a secco. Pum: gol su rigore per pareggiare la rete di Quagliarella e avvicinare ancora di più l’approdo al Milan. Domenica scorsa il Pistolero si è sbloccato ancora su rigore e ora sfida Lukaku davanti al saloon. A gennaio arrivò in rossonero anche Paquetà, dal Flamengo. Giocare a Rio de Janeiro vuole dire convivere continuamente con l’idea del derby. Per esempio, dopo l’accordo trovato con il Milan, Paquetà ne giocò uno contro la Fluminense (14-10-2018): 3-0. Era così allegro da risultare tra i migliori nel Flu-Fla.

Non segnò, segnò invece un altro futuro milanista: Leo Duarte. Paquetà aveva fatto gol qualche partita prima, al Botafogo. Condannato al paragone con Kakà fin dalla primaora, il brasiliano cerca il gol nel derby che Riki trovò al primo colpo (5-10-2003). Paquetà ha trascorso la vigilia sgomitando prima con Giampaolo sulla “brasilianità” delle sue giocate e poi col neo-arrivato Ante Rebic per trovare spazio in squadra. Il croato ha polveri da derby, se possiamo considerare derby Eintracht Francoforte- SV Darmastad 1898, separate da una trentina di chilometri di Germania. Al piccolo club, oggi in seconda divisione, segnò infatti il suo primo gol tedesco (5-2-17). Il suo allenatore di allora, Niko Kovac, oggi al Bayern Monaco, sentenziò: «Se il Mainz lo considera un derby, lo faremo anche noi». E così Rebic segnò due gol anche al Mainz (campionato 2017-18). Sette gatti neri Sulla sacralità del derby Independiente- Racing Club de Avellaneda, secondo clasico di Argentina, invece non ci sono dubbi. E non si scherza. Troppo vicine, anime dello stesso barrio, e troppa storia alle spalle per non detestarsi.

Derby vivente Alessio Romagnoli è stato a lungo un derby romano ambulante, anche se non ne ha mai giocato uno in campo in Serie A. Nel senso che è entrato nella Roma con i calzoncini corti e ne è uscito a 20 anni, senza smettere di essere laziale e di farsi accompagnare dal papà a vedere l’idolo Nesta campione d’Italia. I tifosi giallorossi gli hanno scritto sui muri cose tipo: «Romagnoli laziale, presto il funerale». Lui, da milanista, ha segnato il rigore decisivo alla Lazio nella semifinale di Coppa Italia (28-2-18), sotto la curva dove lo portava papà. Quasi un rito di maturità. Oggi cerca un derby da capitano, anche per medicare la bocciatura di Mancini.

Qualcosa di forte, tipo il gol all’83’ che poi chiamò il 2-2 di Zapata nel derby del 15-4-2017. Regna il Faraone Uomo derby non significa averne vinti tanti, ma conservare sotto la pelle tutti quelli combattuti. Cicatrici comprese. Per questo l’uomo derby dell’Inter è senza dubbio Diego Godin, l’ultimo arrivato, che ha speso nove anni sul ponte della sua nave pirata a combattere il sontuoso veliero del Real Madrid. La finale di Champions del 2014, a Lisbona, sembrava l’arrembaggio buono. Gol del Faraone al 36’ che resiste fino al 90’, quando Sergio Ramos incorna la beffa. Poi nei supplementari il Real dilaga con sfregio finale di CR7 (4-1). In agosto la piccola rivincita nella Supercoppa di Spagna, sollevata dall’Atletico. Il cannibale Cristiano la prende male e stende Godin con un cazzotto a fari spenti. Il Faraone ricambia nella semifinale di Champions ’17: manda lungo CR7 che ne segna 3 e approda a un’altra finale. Una battaglia infinita, come tutta la sua carriera. Godin ha spiegato: «Io non gioco per divertirmi, ma perché sento le responsabilità». Per questo, Godin è un uomo derby per costituzione. Come spiegano nei peggiori bar di Caracas: i derby non si giocano, si vincono.

Lukaku e i Reds Anche Romelu Lukaku, altro debuttante nella stracittadina milanese, si è fatto i muscoli nei derby, lottando contro i più forti. Il 23-11-2013 aveva la maglia numero 17 dell’Everton, i capelli lunghi e segnò una doppietta al Liverpool. Il 4- 10-2015 aveva il 10, i capelli corti e ne segnò un altro ai Reds. Non ha colpito nel derby di Manchester, ma era il centravanti titolare quando lo United andò a violare il salotto del City: da 0-2 a 3-2. Marcelo Brozovic, durante la militanza a Zagabria, ha giocato contro Dinamo, Nk e Lokomotiva, i suoi veri derby cittadini. Ma il«derby eterno », così lo chiamano in Croazia, è quello tra DinamoZagabria e Hajduk Spalato. Rende l’idea. Brozo l’ha giocato 10 volte su 11. L’unico non giocato è l’unico che la Dinamo non ha vinto. A rischio di indolenza, Epic s’accende nelle partite roventi. Il rischio è la misura della combustione. Nella prima sfida all’Hajduk era già a far la doccia al 65’, per doppio giallo. Il sombrero Ma non è una regola che per essere uomini derby serva a tutti i costi una maschera alla Godin. Lo abbiamo visto con Suso e potremmo ripeterci con Antonio Candreva che ha i lineamenti dell’uomo più mite del mondo, ma ha i documenti in regola per il patentino di «uomo derby». Lazio-Roma 3-2, 11-11-2012: in una giornata di pioggia, l’esterno scarica una punizione da 30 metri nella porta del maldestro Goicoechea.

Quando riassumerà la sua avventura laziale, lo definirà il gol che gli ha trasmesso più emozioni. I tifosi dell’Aquila ricordano con piacere anche un sombrero messo in testa a Dzeko in un derby vinto dalla Roma 2-0 (7-11-2015), diventato virale, perché un derby è anche una storia di beffe e non solo di gol. Infatti fatica a scolorire nel tempo il doppio sombrero messo in testa a Nedved dal Pendolino Cafu. Alla prima stagione da interista, Candreva ha timbrato subito: un primo gol nel derby della doppietta di Suso e un secondo al ritorno, finito con lo stesso risultato (2-2). Come vedete, maschera mite, ma stigmate da vero uomo derby. Dovrebbe partire dalla panca. Nel caso, sarebbe un jolly pesante per Conte a partita in corsa. Skriniar imbattibile Ha cominciato bene la sua storia da derby milanese anche Lautaro Martinez. Assist per Vecino e rigore al debutto, nel 3-2 nerazzurro del 17marzo scorso, che resta l’ultimo capitolo del romanzo. Abbiamo già parlato del suo svezzamento nel derby rovente di Avellaneda, dove ha combattuto senza peròmai mettere la firma. Nell’ultimo derby di primavera, sono andati in gol anche l’olandese De Vrij e l’argentino Musacchio, cresciuto nel River Plate e quindi col clasico nel sangue. D’Ambrosio (Torino) e Asamoah (Juve), oggi compagni, portano in campo l’esperienza accumulata nei derby della Mole su fronti opposti. Milan Skriniar non ha ancora perso un derby in Italia. Ha vinto i due con la Samp della stagione 2016-17 e tre su quattro di quelli combattuti in nerazzurro, più un pareggio. Era sulla panchina doriana quando Suso segnò quella doppietta in 3 minuti. Se lo ricorda bene. Una ragione in più per saltargli addosso in pressing, quando convergerà dalla fascia meditando il sinistro a giro che Handanovic odia come il mal di denti. Sono questi gli uomini-derby di una stracittadina che nessuno può permettersi di perdere. Anche perché un derby che si può perdere non l’hanno ancora inventato.